Ritorno alle origini: il valore dimenticato del rammendo

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C’era un tempo in cui i vestiti non si buttavano. Si aggiustavano, si adattavano, si trasformavano. Una camicia consumata diventava un grembiule. Un pantalone strappato trovava nuova vita con una toppa. Un maglione infeltrito si reinventava in qualcosa di diverso. Non era solo necessità: era cultura, creatività, rispetto.

Oggi invece viviamo immersi nella logica opposta. La cosiddetta fast fashion ci propone capi a prezzi bassissimi, spesso di qualità altrettanto bassa. Quando si rompono, e succede presto e spesso, non vale quasi la pena aggiustarli. Si buttano. E si ricompra.

Ma questo gesto, apparentemente innocuo, ha un costo enorme.

Dietro una semplice maglietta da pochi euro si nascondono numeri impressionanti:

  • Per produrre una sola t-shirt in cotone servono circa 2.700 litri d’acqua: quanto una persona beve in oltre 2 anni
  • L’industria della moda è responsabile di circa il 10% delle emissioni globali di CO₂, più dei voli internazionali e del traffico marittimo messi insieme
  • Ogni anno vengono prodotti oltre 100 miliardi di capi di abbigliamento, molti dei quali utilizzati pochissime volte
  • Circa il 60% dei vestiti contiene fibre sintetiche, che rilasciano microplastiche a ogni lavaggio
  • Ogni secondo, nel mondo, un camion di rifiuti tessili viene bruciato o finisce in discarica

Intere “isole di vestiti” stanno diventando il simbolo visibile di questo spreco globale.

Inoltre, molti capi della fast fashion sono realizzati con fibre sintetiche, derivate dalla plastica. Questo significa che, oltre a non “respirare” come i tessuti naturali, possono generare elettricità statica, quella fastidiosa sensazione di “scossa” quando li indossiamo o li sfiliamo  e risultare più pericolosi a contatto con fonti di calore: a differenza delle fibre naturali, tendono a sciogliersi rapidamente, aumentando il rischio di scottature sulla pelle.

E se tornassimo a fare come una volta? Non per nostalgia, ma per scelta consapevole. Comprare meno, ma meglio, scegliere capi che durano nel tempo, imparare (o reimparare) l’arte del rammendo. Oppure trasformare ciò che non usiamo più in qualcosa di nuovo.

Ma c’è anche un valore aggiunto che spesso dimentichiamo: quello dello scambio tra generazioni. Un tempo queste competenze si imparavano a scuola o in famiglia, osservando e provando. Oggi possono diventare un’occasione preziosa per creare connessioni tra generazioni diverse, valorizzando l’esperienza di chi ha queste competenze e la curiosità di chi vuole imparare.

Negli ultimi anni, ad esempio, la manualità dell’uncinetto è tornata di moda: borse, cappellini e accessori fatti a mano spopolano, anche grazie ai tanti tutorial disponibili online. Eppure, manca ancora un passaggio fondamentale: rendere il recupero, il riuso e il “riaggiusto” una pratica diffusa e quotidiana.

Il refashion (https://www.assoutenti.it/refashion/) non è solo una tendenza: è un modo per esprimere personalità e ridare valore agli oggetti. Un vestito passato di moda può diventare unico proprio grazie alla nostra creatività.

Tornare a rammendare non è un passo indietro, oggi diventa un atto rivoluzionario, significa sottrarsi alla logica dell’usa e getta e rispettare le risorse del pianeta. Significa prendersi cura di ciò che si possiede.

E forse, soprattutto, significa riscoprire il piacere di creare, aggiustare, trasformare.

Assoutenti, con la sua rubrica “Ritorno alle origini”, nell’ambito del progetto “Generazione CER” finanziato dal MIMIT (d.d. 12 maggio 2025), vuole ripartire da un concetto semplice: riportare al centro i valori di un tempo, adattandoli alle scelte del nostro presente e del nostro futuro.

Oggi ripartiamo da qui: da un ago, un filo e un’idea💙

 

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